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C’è sempre qualcuno, tra i miei ospiti, che mi propone di tagliare questo carrubo ritenuto colpevole di  coprire la vista su Scicli. Ma è un albero che amo e che non toccherò mai, mi limito a potarne qualche ramo…. ogni tanto…perchè mi piace sedermi sotto la sua ombra e osservare l’alba con il sole che sorge proprio da quella parte, la pietra dorata delle chiese di Scicli, o le luci che appaiono al tramonto a preparare pian piano un presepe che si accende di meraviglia tutte le sere.

E  mi viene in mente  un frammento di quel libro meraviglioso che è L’isola degli alberi scomparsi di Elif Shafak, in cui il rapporto delicato e traumatico tra Kostas, botanico e uomo di scienza, e la figlia sedicenne Ada, ci parla con il lessico della natura, che la figlia ascolta grazie alla sua sensibilità e preoccupazione per l’ambiente. Nelle pagine conclusive Ada chiede: «Papà, hai presente quando mi dicevi sempre che, mentre si guarda un albero, nessuno vede mai la stessa cosa? Ci ripensavo l’altro giorno, ma non sono riuscita a ricordare di preciso com’era la faccenda». Risponde il padre:

“Mi sono fatto quest’idea: alcuni si trovano davanti a un albero e la prima cosa che notano è il tronco. Sono quelli che danno la precedenza all’ordine, alla sicurezza, alle regole, alla continuità. Poi c’è chi fa caso ai rami, prima di ogni altra cosa; questi bramano il cambiamento, la sensazione di libertà. E poi ci sono quelli che sono attratti dalle radici, anche se sono nascoste sottoterra: persone che hanno un profondo attaccamento emotivo al loro retaggio, identità, tradizioni…”

E tu che tipo sei dei tre?